La solitudine di un pescatore d'anime

Alzarsi presto dal letto, cambiarsi, mangiare qualcosa e uscire di casa, affrontare il sole rovente o la pioggia scrosciante. È ancora l'alba, il sole timido si alza sui palazzi della città. Il cemento dell'asfalto, duro e solido come le certezze della vita, si apre in buche e crepe qua e la, nessuno si accinge ad aggiustarle. 

Ad esempio oggi piove, ma preferisco di gran lunga la pioggia al sole, il buio alla luce. Allora mi incammino senza una destinazione, tra vicoli desolati e nessun rumore in giro se non qualche sirena delle ambulanze. Ah, se ci fosse stata la pioggia quel giorno, senza un ombrello, senza cappotto, soltanto pioggia fredda a bagnarci le teste, sentire il tuo sapore nuovo, buono; la tua pelle liscia e delicata, i tuoi occhi profondi, che ti guardano l'anima, te la accarezzano. Se ci fosse stata la pioggia avrei pianto a dirotto, vomitato dagli occhi la tristezza atavica di un pescatore solitario che si nutre di vita e non di pesce. 

Soltanto l'infinità del mare sa cosa hai fatto, cosa hanno fatto, per portarti dove sei ora. Le correnti e i fondali, ogni sasso e conchiglia, persino un granello di sabbia, non sono lì per caso, ma ti stavano aspettando. 

La pioggia si scaglia su una pozzanghera, a malapena vedo il mio riflesso, ondoso e distorto... non mi riconosco più, finché un tuono non illumina il cielo e sveglia i palazzi assonnati: è giorno. 

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