Loss
Sotto la notturna pioggia scrosciante, sul Naviglio passeggio senza un ombrello, e prendo acqua, che mi inzuppa i vestiti e l'animo. M'accosto al muro ché le gocce si fanno meno frequenti e più lievi, a tratti delicate. Vedo un bar, di quello come si era una volta, col bancone di legno pregiato e un vecchio ubriacone che continua a chiedere e chiedere. Forse stanco delle gocce, entro, col naso un po' all'insù, cerco un tepore, un odore che mi ricordi qualcosa, non voglio essere un estraneo. Non faccio in tempo a guardarmi intorno che mi ritrovo seduto su uno sgabello, storto e in disequilibrio, ordino un gin sour, guardo il vecchiaccio che si inzuppa la folta barba bianca con del whiskey di infima qualità. Nell'attesa del gin provo a distogliere lo sguardo dalle infinite bottiglie poste in vetrina, dietro al barista, e mi giro. Quasi cado dallo sgabello, che inizia a ballare, mi sorreggo con le mani, abbasso e poi alzo la testa, e poi vedo lei, seduta a un tavolino, quello all'angolo, proprio accanto all'ingresso. Sento il cuore che sobbalza e la testa che un po' mi gira, ma lei non era sola, no, era trascinata da un uomo molto più grande, occhi enormi e mani consumate, sembrava suo padre, ma non lo era. Apparivano felici mentre lui le raccontava un non so che sul lavoro in fabbrica, e sorseggiavano una lager in boccale, i telefoni sul tavolo che a tratti si illuminavano ma non sembrava importare a nessuno dei due. Lei sorrideva, a volte rideva di gusto, poi rimaneva a osservare la sua birra, mezza piena, la poggiava e chiudeva gli occhi. D'improvviso una mano dietro di me bussa sulla mia spalla, mi sento chiamare, era pronto il mio drink. Non assaggio nemmeno, mi rigiro di scatto ma il tavolo all'angolo è vuoto, come i boccali. Faccio in tempo a vedere la porta chiudersi e d'istinto provo ad alzarmi e rincorrerla, ma lo sgabello si inclina e cado a terra, le mani sul pavimento appiccicoso e la testa che guarda giù, mi cade una lacrima sulle dita. Cosa avrei dovuto fare? Andare lì e chiederle di scappare via con me? Nel medesimo istante il bar, fino a quel momento animato soltanto da delicatissimi chiacchiericci e tintinnii di bicchieri di vetro, riscopre un polveroso jukebox, che esordisce con Sempre e per sempre. Io ero rimasto lì, a terra, e ora sulle mie mani non v'era più una lacrima ma due, poi tre, quattro, dieci, cinquanta. Mi rendo conto, d'improvviso, d'essere davvero impotente dinnanzi a tanti avvenimenti della vita, che prima mi pareva di poter facilmente controllare o affrontare. Capisco di essere un nessuno come chiunque altro, un altro verme che avrebbe strisciato per il resto della sua vita, e la vita, sì, t'insegna una cosa e una cosa sola, che si vince in nessuno, ma si perde da soli.
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